Passeggiare a Chinatown, a Bangkok, è come muoversi dentro una pellicola carica di saturazione. La retina mi minaccia una class action per sovrabbondanza di stimoli.

Di giorno, la luce dura del sole tropicale segna i contrasti. Le insegne in caratteri cinesi risaltano in rosso vivo contro le facciate scolorite, mentre le lanterne appese creano punti caldi che guidano l’occhio attraverso Yaowarat Road. I taxi gialli e verdi tagliano la strada come kodakchrome in movimento, i tuk-tuk blu metallizzati, oltre a tentare di investirmi, riflettono il bagliore delle merci esposte. I mercati di frutta e verdura sono esplosivi: il verde acceso dei pak choi, il giallo delle banane e dei manghi, il rosso brillante del dragon fruit.

Con il tramonto, la scena cambia radicalmente.

Il quartiere si accende di neon, trasformando la via principale in un orgia di colori artificiali. Il rosso domina, simbolo di fortuna, amplificato dal giallo oro delle insegne e delle decorazioni. Le luci al neon si specchiano sull’asfalto bagnato, moltiplicando i riflessi rosa, blu e viola. I wok delle bancarelle sprigionano nuvole di vapore bianco che tagliano la scena, creando un contrasto cinematografico con le scritte luminose sullo sfondo.

Se hai una macchina fotografica al collo, Chinatown è un laboratorio visivo: ogni immagine è costruita su contrasti cromatici, linee di luce, ombre improvvise.

I dettagli — le lanterne arancioni sospese sopra le strade secondarie, le confezioni sgargianti dei dolci cinesi, le luci calde degli altari — offrono microstorie in un universo visivo complesso.

Chinatown non si fotografa soltanto: si attraversa come un panta-rei di colori vivi, che cambiano con l’ora e con lo sguardo.