
Sono a Georgetown, nell’isola di Penang, in Malaysia.
Mi sono incontrato con Aik Beng Chia, riuscendo ad abbracciarlo dopo aver scantonato una mezza dozzina di bottiglie di birra che ha svuotato mentre aspettava che il traffico mi facesse arrivare in albergo. Lavoreremo assieme per qualche giorno da queste parti per un progetto di reportage sulla Malaysia.
ABC mi fa anche da fixer per interviste e chiacchierate: conosce bene la città e ha una valanga di contatti, visto che veniva da queste parti sin da quando era ragazzino, in vacanza con la famiglia.
La prima cosa che ho voluto vedere ieri sera è stato il Getai, una sorta di avanspettacolo che mescola riti taoisti, ballate in hokkien, luci al neon, travestitismo e abbondante birra. A Penang la tradizione è fortissima, attirando gente in un mondo che mescola, in salsa malay sacro e profano.






Il getai (歌台, “palco del canto”) nasce nel sud-est asiatico negli anni Cinquanta come forma di intrattenimento comunitario durante il Festival dei Fantasmi Affamati, quando, secondo la credenza taoista, gli spiriti dei defunti tornano tra i vivi. All’inizio erano palchi improvvisati nei villaggi, con cantanti e attori che si esibivano per il pubblico e, simbolicamente, per le anime erranti.
Oggi, soprattutto a Penang, questa tradizione si è trasformata in un rituale collettivo che unisce fede, memoria e spettacolo in una bolgia assordante, con una platea che vaga tra l’estasi e il delirio, mentre alcuni monaci si sentono in dovere di tracannare alcolici, per glorificare il fegato a qualche essere supremo.






A differenza di Singapore, dove il mandarino e l’inglese hanno preso il sopravvento, a Penang il getai resta saldamente legato all’hokkien penanghese, lingua identitaria della comunità locale. Totalmente incomprensibile non solo per me, ma anche per ABC che mastica un po’ di chinese e malay tra una sigaretta e l’altra.
Gli spettacoli si svolgono nei cortili dei templi, nei parcheggi di quartiere o nelle piazze improvvisate: spazi pubblici che per una sera si riempiono di ballate nostalgiche, cabaret e canzoni pop moderne. Questo è stato il caso di ieri sera, dove lo spazio difronte a un tempio nel nord dell’isola è stato occupato dal palco, e un largo incrocio è diventato platea, mentre i fischietti della polizia locale gestivano il transito approssimativo di macchine e motorini.
È una dimensione più intima, meno patinata, e soprattutto fuori dai club e dalle balere dove è stato relegato a Singapore. qui il getai è ancora soprattutto espressione comunitaria, una festa di quartiere che parla agli anziani come ai giovani.






Affascinante è il rituale delle sedie vuote, che indica uno degli elementi più suggestivi: l’assenza presente.
Le prime file di sedie, proprio sotto al palco, vengono lasciate vuote, destinate agli spiriti invitati ad assistere allo spettacolo. Le offerte di cibo e incenso, che precedono il concerto, rafforzano la dimensione rituale. Per gli artisti, cantare sul palco non è solo intrattenere, ma soprattutto un atto di pietà filiale collettiva, un modo per onorare gli antenati e proteggere la comunità.
Con il boom economico degli anni ’70 e ’80, i getai si arricchirono di costumi sgargianti, scenografie luminose e impianti audio sempre più potenti. Negli ultimi anni, invece, le influenze K-pop e le hit in mandarino o inglese hanno conquistato spazio accanto ai classici in hokkien.

Gli anziani ritrovano così la musica della gioventù, mentre i giovani si lasciano trascinare da coreografie moderne e sonorità globali. È proprio questa capacità di mescolare passato e presente a garantire al getai la sua sopravvivenza.
Oggi il getai a Penang è considerato un patrimonio culturale vivente. Dopo la pausa forzata della pandemia, che aveva portato alcuni artisti a esibirsi in streaming, il ritorno ai palchi dal vivo ha confermato il bisogno della comunità di ritrovarsi attorno a questo rito.
In bilico tra fede e spettacolo, memoria e trasformazione, il getai non è un reperto folklorico ma una tradizione viva, capace di rinnovarsi senza perdere la sua anima.
Ho scattato molte immagini ieri sera, tra fumo di incenso, decibel che mi scardinavano il timpano, e soprattutto con la genuina curiosità da parte della gente di vedere un occidentale muoversi da queste parti. La Leica Q3 43 fa un gran buon lavoro in questi casi, e mi salva soprattutto quando l’intuito funziona meglio di esposizione e delle regole di composizione classiche.
