
In un Paese dove la politica è stata a lungo un club riservato agli uomini, l’elezione di Sanae Takaichi come leader delPartito Liberal-Democratico (LDP) — e con ogni probabilità quindi prima donna a guidare il governo giapponese — rappresenta un momento di svolta carico di contraddizioni.
La vittoria di Takaichi è avvenuta in un’elezione interna all’LDP, che da decenni mantiene una posizione egemone nel panorama politico giapponese. Alla guida del partito, con 185 voti contro i 156 del suo rivale Shinjiro Koizumi, Sanae ha conquistato una doppia pietra miliare: non solo la primazia interna, ma anche il diritto di aspirare formalmente al ruolo di primo ministro nel Parlamento (la Diet).
Ha incrinato il “tetto di cristallo” come viene definito dal movimento femminista la barriera che impedisce alle donne di raggiungere posizioni di vertice nelle organizzazioni.



Se confermata dalla Diet — un passaggio tecnico ma generalmente discendente quando il partito detiene la maggioranza — Takaichi diventerà la prima donna a guidare il governo nazionale giapponese. Il momento riveste un significato simbolico in un arcipelago politico dove i generi sono stati rigidamente segregati, malgrado l’apparente modernità asiatica dello sviluppo economico.
Nata il 7 marzo 1961, Sanae Takaichi ha una formazione che passa da studi universitari a un mestiere da autrice, aiuto parlamentare e giornalista prima di entrare ufficialmente in politica. Il suo ingresso nella Diet risale al 1993 come indipendente; nel 1996 aderisce all’LDP. Nel corso degli anni, ha ricoperto portafogli ministeriali rilevanti — tra cui Comunicazioni, Affari Interni e, più recentemente, “Economic Security” sotto l’era Kishida.
Tuttavia, il suo profilo non è quello di una liberale progressista del femminismo. La sua agenda politica tende verso una linea conservatrice forte — in materia di famiglia, sovranità, difesa — e in passato ha espresso scetticismo su riforme di facciata relative all’uguaglianza di genere. Il fatto che una figura con convinzioni tradizionali possa diventare il catalizzatore di un cambiamento simbolico è una delle principali tensioni del momento.



Takaichi è anche considerata una protetta dell’era Shinzo Abe, e alcuni la vedono come continuatrice della sua visione nazionalista per il Giappone.
L’elezione di una donna al vertice del governo giapponese è senza dubbio una svolta simbolica potente. In un Paese che in questi anni è regolarmente criticato per le sue disuguaglianze di genere e per la scarsa rappresentanza femminile nelle istituzioni, il gesto ha il sapore di un “voto culturale” oltre che politico.
Le sfide sono molte. Primo fra tutti, il fatto che Takaichi non sia una paladina delle riforme di genere rende incerto l’impatto reale per le donne nella politica e nella società. Critici temono che il suo ascenso possa fungere da “esca simbolica” che non tradurrà in vera emancipazione strutturale.
In secondo luogo, la sua leadership si inserisce in un momento di forte volatilità politica: l’LDP ha perso parte della sua maggioranza parlamentare, il malcontento sociale per l’economia, il costo della vita e il rallentamento demografico è diffuso, e le sfide internazionali (Cina, Corea, sicurezza regionale) sono acute.
Infine, la cultura politica giapponese non cambia da un giorno all’altro. I meccanismi di potere, le reti di clientela politica, le logiche di fazione all’interno dell’LDP e l’orientamento conservatore della società rimangono ostacoli. Il “tetto di cristallo” che finora ha escluso le donne dalla guida è stato incrinato, ma non distrutto.
Foto? Un paio d’anni fa sono stato per un mese e mezzo a spasso per il Giappone con la Signora Tedesca a Telemetro M11-R appesa al collo.

