Con una chiacchierata sabato, nel caldo di un pomeriggio in spiaggia ad Abu Dhabi, mi è capitato di parlare della Mongolia. Una dozzina d’anni fa, l’azienda per la quale ho picconato in una miniera virtuale per quasi trent’anni mi ha mandato sul serio in miniera, e anche più volte. Il percorso a rimbalzo è stato Milano - Londra - Beijing - Ulaanbaatar, Mongolia. Atterrato nel ridente paese delle steppe a Gennaio, con una gradevole temperatura di -36 gradi sotto zero.

Avrei imparato, nei successivi dieci giorni passati tra la capitale e Oyu Tolgoi, nel sito minerario di Rio Tinto, nel Deserto dei Gobi, che era una giornata che i locali consideravano quasi primaverile, visto che ho poi toccato temperature fino a -56 gradi.

Avrei imparato anche, nei giorni successivi, che il fabbisogno calorico e soprattutto proteico a quelle temperature è enorme, ed è normale masticare a colazione una montagna di bacon fritto ad accompagnamento di 2 uova (fritte anche loro), con una cazzuolata di peanuts butter. La frutta non esiste, si pagano arance e banane più del caviale, e l’unica verdura è una sorta di cavolo con un sapore a metà tra il pakchoi e la muffa su una ricotta scaduta.

Avrei scoperto che tutto si congela, e uscire non protetti vuol dire rischiare la vita, anzi, stare all’aperto in generale vuol dire rischiare l’assideramento in mezz’ora. Il mio concetto di “

freddo

”, malgrado oltre 3 anni passati a Mosca, sarebbe cambiato per sempre. La serratura all’interno della camera dove dormivo (ristrutturata per l’occasione della visita di Stalin nel 1936) , durante la notte si ghiacciava per l’umidità del mio respiro (e sotto vi faccio vedere che non me lo sto inventando).

Ah, dimenticavo: per dovere di cronaca

Stalin

non arrivò in Mongolia per una visita di buon vicinato, ma per guidare una repressione che fece in 18 mesi oltre 30mila morti tra il 1936 e il 1938, l’equivalente al 5% della popolazione dell’epoca. Andare a cercare informazioni su “ Ikh Khelmegdüülelt”, se lo volete approfondire.

Tornando nel seminato, avrei anche ascoltato il canto tracheale mongolo (su questo ho scritto qualcosa anni fa, e e qui lo trovate, insieme a una foto che è stata premiata in un concorso in Australia). Avrei imparato che la vita in miniera è scandita da regole precise, e da processi rigorosi:

è un posto dove si muore

con estrema facilità, malgrado il programma che stavo supportando puntasse a “zero casualities”.

Ma facciamo un po’ di informazione su questo paese.

Negli ultimi dieci anni la Mongolia ha vissuto una trasformazione economica tanto rapida quanto instabile. Paese vasto e scarsamente popolato, incastonato tra due giganti – Russia e Cina – la nazione delle steppe ha cercato di bilanciare l’apertura al capitale straniero con la tutela delle proprie risorse minerarie, che costituiscono il cuore della sua economia. Rame, carbone, oro e terre rare rappresentano oltre il 90% delle esportazioni, rendendo Ulaanbaatar fortemente dipendente dai cicli delle materie prime e dalla domanda cinese.

Il decennio si è aperto con la promessa di una crescita vertiginosa. L’espansione del gigantesco giacimento di Oyu Tolgoi, uno dei più grandi al mondo per il rame, attirò investimenti miliardari da parte di Rio Tinto e di altri colossi internazionali. Nel 2011 la Mongolia toccò tassi di crescita superiori al 17%, alimentando sogni di prosperità e modernizzazione. Ma la dipendenza dai minerali e la scarsa diversificazione si rivelarono presto un limite: il rallentamento della Cina, primo partner commerciale, e la caduta dei prezzi delle materie prime fecero precipitare il PIL, portando il paese sull’orlo della crisi nel 2016.

Da allora, la Mongolia ha alternato periodi di stabilità a fasi di difficoltà, oscillando tra le pressioni geopolitiche dei vicini e la necessità di attrarre investimenti senza perdere sovranità economica. Il governo ha cercato di diversificare i partner, firmando accordi con Giappone, Corea del Sud e Unione Europea, ma l’influenza di Pechino resta dominante: oltre il 60% dell’export mongolo prende la via della Cina.

Negli ultimi anni, la crescita si è attestata su una media del 5-6%, sostenuta dal rilancio dell’attività mineraria e da una prudente gestione macroeconomica. L’inflazione e la valuta restano vulnerabili, ma il Fondo Monetario Internazionale ha riconosciuto i progressi nella stabilizzazione finanziaria e nella riduzione del debito pubblico.

Le prospettive per il futuro dipendono dalla capacità del paese di diversificare la propria economia e di migliorare le infrastrutture, ancora carenti. Il turismo, l’energia rinnovabile e l’agricoltura sostenibile vengono citati come settori chiave per ridurre la dipendenza dalle miniere. Tuttavia, la geografia remota, la fragilità istituzionale e la corruzione rimangono ostacoli strutturali.

Foto

? Qualche scatto dei due viaggi, alcuni con un IPhone4 la cui batteria al gelo durava meno di un’ora, altri con una Leica M7, e una pellicola Kodakcolor scaduta recuperata a Beijing.