Volti, volti, volti. Vecchi volti a Singapore.
Mappe di rughe, strade tortuose, vicoli che nessuno disegna,
ma che tutti percorrono.

Occhi come lanterne spente,
occhi come fari di barche,
occhi che hanno visto tempeste,
gli anni del caucciù, le chiatte nel porto,
i figli che scappano nel futuro.

Kopi amaro.
Sigarette sottili. Un tavolo di scacchi.

Un passo lento,
mentre la città corre, corre, corre,
troppo veloce per ricordare.

Chinatown. Little India.
I loro dialetti si spezzano come vetri,
frammenti di canzoni, frammenti di preghiere,
frammenti di notti umide,
incenso, sudore, monsoni.

E i grattacieli?
Alti, freddi, senza memoria.

Ma i vecchi?
Ah, i vecchi sono tamburi lenti, battiti bassi,
pelle che vibra ancora, storie che non muoiono.

Volti, volti, volti.
Stelle consumate,
stelle ostinate,
che brillano ancora,
tra il neon e il silenzio.